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TERRORISMO, LO PSICHIATRA:COME REAGIRE ALL'ANSIA E AL SENSO DI IMPOTENZA
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50° DELLE BETULLE - CASA DI CURA APPIANO GENTILE

Il 50° della Casa di Cura Le Betulle

TERRORISMO, LO PSICHIATRA:COME REAGIRE ALL'ANSIA E AL SENSO DI IMPOTENZA

Proviamo un sentimento di impotenza davanti a questa prepotenza distruttiva.
Perchè è tipico di ogni cultura insegnare ai propri figli la gestione del conflitto nella vita.
Ci sono regole del gioco che impariamo fin da bambini e che ci guidano per sempre.
Ma questo è un altro gioco
Un altro mondo che non siamo abituati ad abitare.
Così Angelo Oliva, psichiatra e psicoterapeuta della Casa di Cura Le Betulle di Appiano Gentile Co commenta con Affaritaliani le reazioni e le sensazioni che si possono scatenare nella mente dei cittadini di fronte agli ultimi attacchi terroristici.
Un ulteriore scoramento nasce dal vedere che la distruttività arriva da ragazzi che sono cresciuti all'interno della nostra società e che ora esternano il loro enorme. inespresso disagio facendosi esplodere.
Una drammatica protesta in cui nessuno è vincente: "questi giovani si autodistruggono la vita e noi cittadini europei viviamo nel pericolo" Gli Jihadisti esultano, pero' ..... "Ma nemmeno per loro c'è un futuro in vista a causa di questa distruttività"
Ecco allora un paragone con la storia: "I romni hanno conquistato il mondo, ma portavano cultura, know how sociale, regole. Quando hanno esaurito questa spinta, non a caso, il loro impero è finito.
Penso anche agli attentati delle Brigate Rosse: erano sì distruttivi, ma si trattava di ragazzi cresciuti in un ambiente storico e culturale ricchissimo." Gli Jihadisti non vanno nemmeno paragonati ai Kamikaze: "La loro è una protesta disperata di cui non vedranno i frutti e che non ha speranza.
Lì c'era una guerra in corso tra due potenze. Qua il Califfato dov'è
? E' solo un insieme di gruppi che si scannano tra loro, non si vede una cultura e una società solida.
Anzi, così facendo danneggiano la cultura di cui fanno parte, perchè la mostrano al mondo come una cultura terrificante, prepotente, innescando una reazione razzistica in noi.
La vera potenza è l'idea strategica: "Gandhi ne aveva una potentissima, che ha pagato con la vita"

Come affrontare le ansie che nascono da questi attentati?
Nel quotidiano dobbiamo accettare questo dolore e continuare con la nostra vita.
Non facciamoci togliere libertà autonomia e fiducia
E a livello più generale?
Possiamo trarne una lezione dolorosissima e paradossale per tutti noi.
Dobbiamo reagire pensando all'Europa. Un invito doloroso ma strepitoso all'UE, perchè diventi davvero Europa e a noi, perchè ci sentiamo cittadini europei. Diamo dignità e rappresentabilità all'Europa
Ripensiamo a questo importante patrimonio culturale.

Il Piacere di Lavorare ......

“Quanti di voi sono realmente appassionati del proprio lavoro?”; “Quanti tra voi scelgono e svolgono il lavoro dei loro sogni?”.
Penso di poter immaginare con facilità e senza stupore la risposta a questi interrogativi.
Pian piano, quasi senza che ce ne accorgiamo, ci abituiamo a non aspettarci dal lavoro che un ritorno economico, come se non fosse altro che un mezzo per la nostra sopravvivenza all’interno di un’inderogabile condanna.
Fortunatamente per alcuni la gioia del fare esiste davvero e gliela si legge negli occhi.
Ci sono persone che amano il loro lavoro, che si alzano ogni mattina con una piacevole sensazione di benessere al pensiero della giornata lavorativa che li attende.
Persone che in ambito professionale trovano soddisfatto oltre che il bisogno di sopravvivenza anche il bisogno di essere se stesse (svolgere il proprio lavoro in modo personale, con creatività e autonomia), di crescere (svolgere un lavoro che consenta di esplorare, sperimentare, imparare cose nuove, svolgere attività diverse nel tempo), di appartenere (svolgere un lavoro che permetta di cooperare amichevolmente e pacificamente, di sentirsi a casa, protetti e accettati, di identificarsi con il gruppo e scambiarsi riconoscimenti possibilmente positivi).
Tanto più il lavoro consente di soddisfare i nostri bisogni tanto più ne trarremo piacere.
La scelta del lavoro ha certamente una forte relazione con il profilo della propria personalità. Una persona, se ha possibilità di scelta, dovrebbe cercare un lavoro che valorizzi le proprie qualità.
Alla base del piacere di lavorare c’è, in gran misura, la possibilità di utilizzare le competenze (insieme di conoscenze, esperienza e capacità) che possediamo in un’attività che ci consenta di esercitarle.
 
Quali sono gli interventi organizzativi che possono soddisfare i nostri bisogni professionali?
In pratica cosa dovrebbe fare l’Azienda?
Dare senso e significato al lavoro
Spiegare che cosa ci si aspetta dalle persone, che attività devono svolgere e perché, che senso ha e per chi il loro lavoro. Quanto è importante il loro ruolo per la realizzazione degli obiettivi. Informare periodicamente sull’esito del contributo di ognuno.
Coinvolgere
 Far partecipare le persone, in modo variabile e secondo le diverse competenze, alle decisioni che riguardano il loro lavoro. Si devono consultare sempre i collaboratori sulle decisioni che riguardano non solo le loro attività, ma qualsiasi evento relativo all’unità di lavoro.
Favorire il lavoro in un gruppo accogliente
E’ importante integrare le persone, farle collaborare. Favorire la stima reciproca e l’accettazione dei limiti e delle difficoltà di ognuno. Scoraggiare la competitività interna, le invidie e i personalismi. Fare riunioni in cui valorizzare il contributo del singolo oltre a quello del gruppo. Stimolare la reciproca fiducia, la collaborazione, la stima e la generosità. Le persone si devono sentire unite dagli stessi obiettivi.
Consentire la scelta delle attività da svolgere
Vecchio principio “l’uomo giusto al posto giusto”. Siamo spesso di fronte a un livello di adattamento che mortifica i talenti. Molti elementi anche di natura socioeconomica influenzano questo fattore: i giovani ad esempio in frangenti di crisi occupazionale finiscono per fare un’attività diversa da quella per cui si sono preparati. Si devono arrangiare a fare quello che capita e poi troppo spesso vi restano “appiccicati” senza avere più la possibilità di tornare a fare quello che piaceva loro. Questo è uno degli sprechi di risorse più clamoroso e dispendioso nella nostra società. Un dispendio enorme di competenze inutilizzate.
Identificare le attività e dare responsabilità
Spiegare cosa si vuole sia in termini di compiti che di modalità con cui gli stessi devono essere svolti. Affidare attività complete: la parcellizzazione impedisce di dare senso a quello che si sta attuando. Responsabilizzare sul risultato a livello individuale o di gruppo.
Favorire la manifestazione delle abilità
Bisogna favorire il successo, il sentirsi bravi, il senso di unicità che tutti desideriamo.
Chi si sente motivato dal sentirsi in ogni momento sostituibile?
Stimolare l’autonomia
Si deprime una persona se le viene proposta un’attività ritenuta troppo facile.
Variare le capacità richieste
La noia e l’abitudine sono nemiche della passione.
Delegare
Questa è una delle azioni percepite come più motivanti dai collaboratori, quando ovviamente non è uno scaricabarile. “Si delega un’attività, non la responsabilità”, che resta ben salda nelle mani del superiore, questo vuol dire che se il delegato ha successo è merito suo, se fallisce il demerito è del superiore che ha delegato male o alla persona sbagliata.
Dare riconoscimenti
Attenzione riservata ai comportamenti delle persone. I criteri di valutazione dovrebbero essere condivisi, i parametri di misura dovrebbero essere equi, il valutatore dovrebbe essere riconosciuto e stimato dal valutato; questo poi dovrebbe avere la possibilità di conoscere durante l’anno l’opinione del capo su di lui e di poterla discutere se non è d’accordo.
 
Cosa dovrebbe invece fare l’individuo per raggiungere il successo ed essere felice sul lavoro?
Sognare che lavoro fare
Una delle prioritarie condizioni per lavorare con piacere sta nel poter scegliere un’attività consona alle proprie capacita e ai propri interessi, come sopradetto.
Come si potrà mai amare il lavoro se esso non è congeniale alle proprie caratteristiche?
E come ci si potrà appassionare? La vita è lunga e piena di treni che passano, l’importante è non scoraggiarsi e non smarrire la fiducia in sé, la sensazione di poter dominare gli eventi non pensando che questi dipendano dal caso, dagli altri o dalla fortuna. Il segreto sta nel saper sognare, nell’aver accesso al proprio mondo interiore.
Progettare la messa in opera
Si tratta di verificare il sogno, confrontandosi con le concrete possibilità che la realtà offre, ma ricordandosi sempre che il senso di realtà deve venire dopo il senso del piacere.
E’ il momento della verifica della fattibilità. In questa fase ci potrà anche essere la rinuncia a “quel progetto”, ci si potrà accorgere che è tardi, che si è fuori tempo o fuori luogo. In questo caso sarà importantissimo mantenere una buona autostima e trovare altre fonti di soddisfazione. Non farcela non sarà un fallimento, ma più semplicemente la scoperta che nella nostra vita, per le condizioni in cui siamo venuti al mondo, per la famiglia in cui siamo cresciuti, per come è andata la nostra storia  e avendoci fortemente provato…. non si poteva fare di meglio. Bisogna ricordare che il permesso di riuscire implica il permesso di sbagliare e il permesso di riprovare e nel caso di ridurre le proprie aspettative.
Così pure si deve accettare che non sempre tutte le persone sono messe nelle condizioni per ottenere il meglio dalla vita. Per molti quello che sempre si è chiamato “un buon lavoro” era il massimo che potevano ottenere. Qualità utili in questo momento sono:
-          la capacità di analizzare le possibilità che il mondo ci offre
-          la capacità di valutare le nostre reali abilità tecniche
-          la capacità di svilupparle, se è il caso e se è ancora possibile.
Riuscire in ogni caso: scomporre il progetto in piccole tappe
Il segreto sta nel creare continue gioie da successo di tappa. Ogni tratto dovrà essere una gratificazione che ci da nuova linfa, nuova benzina, nuova energia per passare alla tappa successiva. Non sarà più la grande delusione se non ce la faremo, avremo comunque fatto qualcosa di piacevole, di interessante, di vincente. Dobbiamo prendere le cose un po’ alla volta, vivere il presente, prendere il piacere che ci può dare passo per passo; ogni azione deve concludere e raggiungere un piccolo risultato. Dobbiamo darci il permesso di provare piacere nel fare e darci riconoscimenti, anche a prescindere dal risultato finale.
Gioire dei risultati raggiunti
Quando il risultato è stato raggiunto, solo pochi se lo sanno godere. Qui si tratta di festeggiare, di sostare e guardare indietro e considerare quanto abbiamo fatto.
 
Martin Seligman nel suo libro “La costruzione della felicità” scrive: “il ben-essere consiste nel trarre felicità dall’uso delle nostre potenzialità”.
Ecco cos’è la felicità: essere felici di noi stessi, per ciò che siamo, per il nostro contributo, per il nostro fare, visto e riconosciuto.
La felicità è piacersi per il valore che ci riconoscono e soprattutto che ci riconosciamo.
 
 
BIBLIOGRAFIA
G. Piccinino Il piacere di lavorare  Erickson

MANGIARE .... NUTRIRE IL CORPO E I SENTIMENTI

Mangiare non vuole dire solo nutrirsi.
Diversi sono i significati simbolici che assume il cibo:
Il primo piacere
Cibarsi è la primissima esperienza che l’essere umano fa. Alcuni neonati si commuovono mentre succhiano il latte materno. La sensazione che ne traggono è di profondo benessere, di pace e abbandono che rimane registrata nella memoria profonda. Tra le sensazioni fisiche provate c’è l’incorporare, il riempire il vuoto e il possedere. La bocca è ricca di terminazioni nervose motivo per il quale è una delle zone erogene più importanti del corpo. La poppata è l’archetipo di tutte le esperienze di nutrimento. E’ una sensazione unica, fisica e psichica ed è favorita dal comportamento della mamma che:
Nutre
Avvolge
Protegge
Coccola
Sussurra
Guarda in modo amorevole
Riunisce la famiglia
L’ora del pranzo è il momento nel quale la famiglia di si trova, la comunicazione si apre e diventa vivace oppure si chiude, rivelando aspetti profondi tra i componenti.
Il cibo viene legato a persone e situazioni particolari: il cibo che piace tanto alla mamma o che il papà detesta. Le “lasagne della domenica”, gli “gnocchi della nonna” e così via.
Occasione di incontro
Il solo fatto di trovarsi posizionati  tutti intorno ad un tavolo per cui tutti si guardano è condividere uno spazio e un momento comunitario. Viene sancita l’appartenenza ad un gruppo e l’identificazione con quel gruppo.
Dipende dalla società
Esiste un legame particolare tra specifici cibi e gruppi etnici.
Gli italiani sono identificati con gli spaghetti, gli americani con l’hamburger, i tedeschi con i crauti e la birra, gli indiani con le spezie.
Anche per quanto riguarda il peso: nelle culture povere magro è chi è povero mentre nel mondo ricco occidentale la magrezza caratterizza i ceti medio-alti. Idem per i modelli estetici.
Legato alla sessualità
Cibo e sesso sono le fonti prioritarie per la sopravvivenza umana: senza nutrirsi e riprodursi l’uomo non esisterebbe.
Si dice “prendi l’uomo per la gola”….
Veicolo di emozioni
Ognuno di noi riconosce delle emozioni legate a particolari cibi che sono nella sua storia personale.
Alcuni cibi richiamano delle specifiche emozioni:
Cibi-sicurezza: latte
Cibi consolazione: dolci, cioccolato
Cibi-forza: la carne
Cibi-prestigio: salmone, caviale e champagne
Cibi-immagine:
 alcolici e caffè

CIBO ED EMOZIONI

Noi mangiamo per molte ragioni, da motivazioni edonistiche, psicologiche, emotive, adattive. E non sempre mangiamo spinti dallo stesso tipo di motivazione e di bisogno. Imparare a convivere con le nostre emozioni, conoscerle e saperle affrontare, distinguere la reale sensazione di fame da quella voglia di cibo stimolata da sensazioni diverse ma non da appetito, imparare a diventare assertivi anziché passivi e quindi comunicare le proprie sensazioni ed emozioni anziché reprimere le proprie necessità, i propri desideri e le proprie volontà può risultare un modo utile per entrare meglio in contatto con noi stessi e tornare (o imparare) ad avere un rapporto migliore con le sensazioni a cui spesso non riusciamo a far fronte nel modo corretto. 
L’assunzione di cibo va ben oltre il meccanismo puramente fisiologico del nutrirsi:
•         Abbiamo passioni forti nei confronti dei cibi che ci piacciono o non ci piacciono.
•         Socializziamo e festeggiamo tramite il cibo.
•          È parte dei rituali religiosi.
•         Numerose ricerche hanno dimostrato che molte emozioni sono strettamente collegate con l’alimentazione: l’ansia, la depressione, la noia, la solitudine, la rabbia, lo stress.
 
Le emozioni incidono sulla percezione dell’immagine corporea che cambia a seconda del nostro stato d’animo. Quante volte ci sentiamo piccoli piccoli quando viviamo un fallimento? Quante volte usiamo espressioni come “Il dolore mi spezza il cuore” oppure “Questa offesa proprio non la digerisco!”?. Spesso ci troviamo “costretti” ad accettare una fetta di torta di compleanno anche se proprio non ci va perché sarebbe antisociale rifiutare, spesso ci premiamo con qualcosa di buono dopo un lavoro faticoso oppure beviamo in compagnia per essere più socievoli.
Le emozioni fanno parte delle esperienze umane e incidono sulla nostra vita, sul nostro comportamento e sulle nostre abitudini. L’alimentazione è una delle condotte più importanti del repertorio comportamentale dell’uomo e quindi il nutrirsi, il mangiare e di conseguenza il cibo risultano strettamente connessi con l’emozione. 
Mangiare può diventare un modo per anestetizzare i sentimenti negativi dunque l’atto del mangiare può essere inteso come strategia adattiva alle situazioni problematiche. Se lo facciamo in modo compulsivo è perché ci sentiamo incapaci di affrontare le emozioni, si mangia anziché dare sfogo al dolore, alla rabbia e perché no, alla gioia, al contrario spesso non mangiamo per un senso di apatia, per attirare le attenzioni altrui, per un desiderio inconsapevole di farsi del male. Una volta che abbiamo imparato che mangiando riusciamo a ridurre lo stress, uno stato di malessere o comunque otteniamo quello che vogliamo, tendiamo a ripetere questo comportamento spinti dal desiderio di “gestire” le proprie emozioni (Macht, 1999). 
Sembra che gli episodi di fame emotiva siano più ricorrenti fra le donne ed in relazione a vissuti d’ansia, inquietudine, rabbia, solitudine, disagio, o comunque a sentimenti negativi verso se stesse. L’atto di mangiare, anche quando non è più presente lo stimolo della fame, permette sicuramente di raggiungere un obiettivo: distrarsi dalle proprie emozioni. Esiste un rapporto circolare fra emozioni e abitudini alimentari: determinati vissuti emotivi possono indurre il desiderio di alcuni cibi e questi a loro volta, sono in grado di influire, almeno in parte, sullo stato emotivo. (Abramson, 2002). 
A sua volta, l’assunzione di determinati alimenti è in grado di influenzare lo stato emotivo. Pasti ricchi di grassi richiamano notevoli quantità di sangue allo stomaco e all’intestino, al punto da indurre un rallentamento dell’attività cerebrale con conseguente sonnolenza e apatia. (Dalle Grave, 2003). L’assunzione di carboidrati, invece è in grado di indurre un senso di tranquillità e benessere contribuendo ad elevare il livello di serotonina nel sangue, l’assunzione di proteine porta ad un aumento del tono dell’umore. Alcune sostanze come il saccarosio e la caffeina inducono un aumento di episodi di stanchezza, malumore, nervosismo e depressione. Alcune carenze nutrizionali, come quelle del magnesio e della vitamina B6 causano irritabilità, stanchezza e abbassamento del tono dell’umore. 
Da una ricerca è emerso come il 60% delle donne e il 50% degli uomini aumenti di peso dopo le nozze. La dottoressa Roberta Giommi spiega come il grasso in eccesso sia un buon alibi utilizzato dalle donne per sfuggire al sesso coniugale oppure uno schermo per mantenere fra sé e gli uomini un muro di “ciccia”. Se poi il rapporto entra in crisi e scoppiano continui litigi, entrambi i sessi ingoiano rabbia mandandola giù con il cibo: si ingurgita di tutto sostituendo la sessualità con veri e propri “orgasmi gastronomici” (Giommi, 2007). 
Sembra che anche il carattere giochi un ruolo fondamentale nel menù delle emozioni: il tipo infantile mangia prevalentemente dolci, l’aggressivo ha bisogno di sapori forti e decisi, il difensivo predilige cibi energetici e il depresso mangia di tutto per non annoiarsi. (Speciani & Speciani 2006). 
Le persone affette da disturbi alimentari sono fondamentalmente alessitimiche: hanno difficoltà a riconoscere i propri stati interni: fame, sazietà, senso di vuoto, ad esplorare il proprio mondo interiore, presentano scarse competenze nel riconoscere ed esprimere le proprie emozioni. Tali carenze privano queste persone di un’importante fonte di informazioni sul proprio stato di benessere e sui propri desideri e bisogni, ostacolando la creazione di confini stabili con gli altri e incrementando la dipendenza dall’ambiente esterno per avere conferme e sicurezze. Le dinamiche di riempimento e svuotamento, tipiche del movimento oscillatorio anoressico-bulimico potrebbero essere tentativi di contenere su un piano concreto le emozioni: lo stomaco vuoto evoca la solitudine a cui si fugge attraverso il cibo divorato che riempie senza nutrire. (Abrham & Beumont, 1982).
Secondo la spiegazione psicoanalitica i bambini imparano a conoscere il mondo usando la bocca. A causa del contatto fisico, delle coccole e della gratificazione che si verifica mentre il bambino viene alimentato, si sviluppa un’associazione tra amore, nutrimento, mangiare. Se la crescita procede normalmente, le esperienze del bambino si espandono e queste piacevoli attività diventano parte di una vasta gamma di attività sensoriali gratificanti. Se l’ambiente è meno favorevole, il bambino può crescere incapace di sviluppare altre fonti di gratificazione e, da adulto, si appoggerà al cibo come se fosse la primaria, o l’unica, fonte di sostegno emotivo. All’interno delle interazioni familiari il cibo può essere usato dal figlio per resistere al controllo dei genitori, per stabilire la propria indipendenza e, in alcuni casi, per avere il controllo su di loro. Se un bambino o una bambina impara che il fatto di mangiare o di non mangiare è la sua unica fonte di potere, il suo unico modo di esprimere sentimenti normali o l’unica maniera per stabilire una certa indipendenza, è probabile che da adulto viva l’assunzione di cibo direttamente collegata ad una forte reazione emotiva.
Anche l’uso del cibo per dare dei premi (del tipo: “se fai il bravo, puoi mangiare il dolce”) o delle punizioni (rimproveri del tipo: “devi mangiare tutto, altrimenti non esci”) può mettere in relazione il cibo con l’affetto, la relazione, l’immagine di sé, con diversi rischi per un equilibrato rapporto con l’alimentazione.
Dall’altra parte si rileva come la mancanza di esperienze gratificanti, di divertimento, di piacere o di sentimenti felici, crea un vuoto significativo. Di solito nasce la sgradevole sensazione di qualcosa che manca, accompagnata da tentativi di riempire il vuoto con il cibo. Quando le sensazioni piacevoli non derivano dagli impegni e dalle relazioni della vita quotidiana, la persona che ne è privata spesso tenta di procurarsele in altra maniera Mangiare è probabilmente uno dei modi più facili per procurarsi le emozioni positive, che altre attività della vita quotidiana non offrono: è una cosa facile e quasi sempre disponibile, non richiede l’approvazione o l’aiuto di qualcun altro, non necessariamente richiede preparazioni lunghe e laboriose (specialmente per gli spuntini).
In altre parole, si riesce ad avere quel che si vuole quando si vuole. Mangiare può diventare il modo più efficiente e produttivo di gratificarsi, anche se, come sappiamo, può comportare delle conseguenze non sempre positive per la persona: l’aumento di peso, il senso di colpa, la rinuncia a cercare altre forme di gratificazione
Un sano equilibrio personale può instaurare un positivo rapporto con il cibo, se non viene considerato come la prevalente o l’unica fonte di gratificazione personale. Si possono individuare sicuramente anche altri metodi per gratificare se stessi, come lo sviluppo di abitudini e di atteggiamenti autogratificanti.
Anche l’ansia e la solitudine possono essere collegate al cibo.  Tra tutte le emozioni, l’ansia è quella che da più tempo è stata associata all’alimentazione. È utile pertanto sviluppare delle tecniche per ridurla senza ricorrere al cibo: le tecniche cognitive, le tecniche di rilassamento, o nei casi più complicati una psicoterapia.
Anche la rabbia repressa può avere uno stretto collegamento con l’alimentazione. In alcune persone il mangiare o il rifiuto di mangiare vengono considerati come un mezzo per gestire la rabbia repressa che non riescono ad esprimere. Così mangiare assolve a due funzioni: esprime indirettamente la rabbia e previene l’aperta manifestazione della collera grazie alla copertura del cibo. Ecco perché molte terapie hanno come obiettivo quello di far riconoscere al propria rabbia imparando ad esprimerla in forme costruttive.
Molti sono dunque i collegamenti tra cibo e sentimenti, a volte positivi altre volte distruttivi.
Qualora fosse necessario, possiamo porci in atteggiamento di maggiore comprensione delle dinamiche interiori e avviare il conseguente cambiamento.
Così avremo recuperato una ulteriore funzione positiva del cibo.
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