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CIBO ED EMOZIONI

Noi mangiamo per molte ragioni, da motivazioni edonistiche, psicologiche, emotive, adattive. E non sempre mangiamo spinti dallo stesso tipo di motivazione e di bisogno. Imparare a convivere con le nostre emozioni, conoscerle e saperle affrontare, distinguere la reale sensazione di fame da quella voglia di cibo stimolata da sensazioni diverse ma non da appetito, imparare a diventare assertivi anziché passivi e quindi comunicare le proprie sensazioni ed emozioni anziché reprimere le proprie necessità, i propri desideri e le proprie volontà può risultare un modo utile per entrare meglio in contatto con noi stessi e tornare (o imparare) ad avere un rapporto migliore con le sensazioni a cui spesso non riusciamo a far fronte nel modo corretto. 
L’assunzione di cibo va ben oltre il meccanismo puramente fisiologico del nutrirsi:
•         Abbiamo passioni forti nei confronti dei cibi che ci piacciono o non ci piacciono.
•         Socializziamo e festeggiamo tramite il cibo.
•          È parte dei rituali religiosi.
•         Numerose ricerche hanno dimostrato che molte emozioni sono strettamente collegate con l’alimentazione: l’ansia, la depressione, la noia, la solitudine, la rabbia, lo stress.
 
Le emozioni incidono sulla percezione dell’immagine corporea che cambia a seconda del nostro stato d’animo. Quante volte ci sentiamo piccoli piccoli quando viviamo un fallimento? Quante volte usiamo espressioni come “Il dolore mi spezza il cuore” oppure “Questa offesa proprio non la digerisco!”?. Spesso ci troviamo “costretti” ad accettare una fetta di torta di compleanno anche se proprio non ci va perché sarebbe antisociale rifiutare, spesso ci premiamo con qualcosa di buono dopo un lavoro faticoso oppure beviamo in compagnia per essere più socievoli.
Le emozioni fanno parte delle esperienze umane e incidono sulla nostra vita, sul nostro comportamento e sulle nostre abitudini. L’alimentazione è una delle condotte più importanti del repertorio comportamentale dell’uomo e quindi il nutrirsi, il mangiare e di conseguenza il cibo risultano strettamente connessi con l’emozione. 
Mangiare può diventare un modo per anestetizzare i sentimenti negativi dunque l’atto del mangiare può essere inteso come strategia adattiva alle situazioni problematiche. Se lo facciamo in modo compulsivo è perché ci sentiamo incapaci di affrontare le emozioni, si mangia anziché dare sfogo al dolore, alla rabbia e perché no, alla gioia, al contrario spesso non mangiamo per un senso di apatia, per attirare le attenzioni altrui, per un desiderio inconsapevole di farsi del male. Una volta che abbiamo imparato che mangiando riusciamo a ridurre lo stress, uno stato di malessere o comunque otteniamo quello che vogliamo, tendiamo a ripetere questo comportamento spinti dal desiderio di “gestire” le proprie emozioni (Macht, 1999). 
Sembra che gli episodi di fame emotiva siano più ricorrenti fra le donne ed in relazione a vissuti d’ansia, inquietudine, rabbia, solitudine, disagio, o comunque a sentimenti negativi verso se stesse. L’atto di mangiare, anche quando non è più presente lo stimolo della fame, permette sicuramente di raggiungere un obiettivo: distrarsi dalle proprie emozioni. Esiste un rapporto circolare fra emozioni e abitudini alimentari: determinati vissuti emotivi possono indurre il desiderio di alcuni cibi e questi a loro volta, sono in grado di influire, almeno in parte, sullo stato emotivo. (Abramson, 2002). 
A sua volta, l’assunzione di determinati alimenti è in grado di influenzare lo stato emotivo. Pasti ricchi di grassi richiamano notevoli quantità di sangue allo stomaco e all’intestino, al punto da indurre un rallentamento dell’attività cerebrale con conseguente sonnolenza e apatia. (Dalle Grave, 2003). L’assunzione di carboidrati, invece è in grado di indurre un senso di tranquillità e benessere contribuendo ad elevare il livello di serotonina nel sangue, l’assunzione di proteine porta ad un aumento del tono dell’umore. Alcune sostanze come il saccarosio e la caffeina inducono un aumento di episodi di stanchezza, malumore, nervosismo e depressione. Alcune carenze nutrizionali, come quelle del magnesio e della vitamina B6 causano irritabilità, stanchezza e abbassamento del tono dell’umore. 
Da una ricerca è emerso come il 60% delle donne e il 50% degli uomini aumenti di peso dopo le nozze. La dottoressa Roberta Giommi spiega come il grasso in eccesso sia un buon alibi utilizzato dalle donne per sfuggire al sesso coniugale oppure uno schermo per mantenere fra sé e gli uomini un muro di “ciccia”. Se poi il rapporto entra in crisi e scoppiano continui litigi, entrambi i sessi ingoiano rabbia mandandola giù con il cibo: si ingurgita di tutto sostituendo la sessualità con veri e propri “orgasmi gastronomici” (Giommi, 2007). 
Sembra che anche il carattere giochi un ruolo fondamentale nel menù delle emozioni: il tipo infantile mangia prevalentemente dolci, l’aggressivo ha bisogno di sapori forti e decisi, il difensivo predilige cibi energetici e il depresso mangia di tutto per non annoiarsi. (Speciani & Speciani 2006). 
Le persone affette da disturbi alimentari sono fondamentalmente alessitimiche: hanno difficoltà a riconoscere i propri stati interni: fame, sazietà, senso di vuoto, ad esplorare il proprio mondo interiore, presentano scarse competenze nel riconoscere ed esprimere le proprie emozioni. Tali carenze privano queste persone di un’importante fonte di informazioni sul proprio stato di benessere e sui propri desideri e bisogni, ostacolando la creazione di confini stabili con gli altri e incrementando la dipendenza dall’ambiente esterno per avere conferme e sicurezze. Le dinamiche di riempimento e svuotamento, tipiche del movimento oscillatorio anoressico-bulimico potrebbero essere tentativi di contenere su un piano concreto le emozioni: lo stomaco vuoto evoca la solitudine a cui si fugge attraverso il cibo divorato che riempie senza nutrire. (Abrham & Beumont, 1982).
Secondo la spiegazione psicoanalitica i bambini imparano a conoscere il mondo usando la bocca. A causa del contatto fisico, delle coccole e della gratificazione che si verifica mentre il bambino viene alimentato, si sviluppa un’associazione tra amore, nutrimento, mangiare. Se la crescita procede normalmente, le esperienze del bambino si espandono e queste piacevoli attività diventano parte di una vasta gamma di attività sensoriali gratificanti. Se l’ambiente è meno favorevole, il bambino può crescere incapace di sviluppare altre fonti di gratificazione e, da adulto, si appoggerà al cibo come se fosse la primaria, o l’unica, fonte di sostegno emotivo. All’interno delle interazioni familiari il cibo può essere usato dal figlio per resistere al controllo dei genitori, per stabilire la propria indipendenza e, in alcuni casi, per avere il controllo su di loro. Se un bambino o una bambina impara che il fatto di mangiare o di non mangiare è la sua unica fonte di potere, il suo unico modo di esprimere sentimenti normali o l’unica maniera per stabilire una certa indipendenza, è probabile che da adulto viva l’assunzione di cibo direttamente collegata ad una forte reazione emotiva.
Anche l’uso del cibo per dare dei premi (del tipo: “se fai il bravo, puoi mangiare il dolce”) o delle punizioni (rimproveri del tipo: “devi mangiare tutto, altrimenti non esci”) può mettere in relazione il cibo con l’affetto, la relazione, l’immagine di sé, con diversi rischi per un equilibrato rapporto con l’alimentazione.
Dall’altra parte si rileva come la mancanza di esperienze gratificanti, di divertimento, di piacere o di sentimenti felici, crea un vuoto significativo. Di solito nasce la sgradevole sensazione di qualcosa che manca, accompagnata da tentativi di riempire il vuoto con il cibo. Quando le sensazioni piacevoli non derivano dagli impegni e dalle relazioni della vita quotidiana, la persona che ne è privata spesso tenta di procurarsele in altra maniera Mangiare è probabilmente uno dei modi più facili per procurarsi le emozioni positive, che altre attività della vita quotidiana non offrono: è una cosa facile e quasi sempre disponibile, non richiede l’approvazione o l’aiuto di qualcun altro, non necessariamente richiede preparazioni lunghe e laboriose (specialmente per gli spuntini).
In altre parole, si riesce ad avere quel che si vuole quando si vuole. Mangiare può diventare il modo più efficiente e produttivo di gratificarsi, anche se, come sappiamo, può comportare delle conseguenze non sempre positive per la persona: l’aumento di peso, il senso di colpa, la rinuncia a cercare altre forme di gratificazione
Un sano equilibrio personale può instaurare un positivo rapporto con il cibo, se non viene considerato come la prevalente o l’unica fonte di gratificazione personale. Si possono individuare sicuramente anche altri metodi per gratificare se stessi, come lo sviluppo di abitudini e di atteggiamenti autogratificanti.
Anche l’ansia e la solitudine possono essere collegate al cibo.  Tra tutte le emozioni, l’ansia è quella che da più tempo è stata associata all’alimentazione. È utile pertanto sviluppare delle tecniche per ridurla senza ricorrere al cibo: le tecniche cognitive, le tecniche di rilassamento, o nei casi più complicati una psicoterapia.
Anche la rabbia repressa può avere uno stretto collegamento con l’alimentazione. In alcune persone il mangiare o il rifiuto di mangiare vengono considerati come un mezzo per gestire la rabbia repressa che non riescono ad esprimere. Così mangiare assolve a due funzioni: esprime indirettamente la rabbia e previene l’aperta manifestazione della collera grazie alla copertura del cibo. Ecco perché molte terapie hanno come obiettivo quello di far riconoscere al propria rabbia imparando ad esprimerla in forme costruttive.
Molti sono dunque i collegamenti tra cibo e sentimenti, a volte positivi altre volte distruttivi.
Qualora fosse necessario, possiamo porci in atteggiamento di maggiore comprensione delle dinamiche interiori e avviare il conseguente cambiamento.
Così avremo recuperato una ulteriore funzione positiva del cibo.

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