L’anziano e il rapporto con l’alcol

bere dalla bottiglia alcol anziano

L'”autunno della vita” una fase di cambiamento ….. difficile.

L’incontro con l’autunno della vita si interfaccia con eventi nuovi: l’uscita dal mondo del lavoro, l’allontanamento dei figli radicati spesso in altri luoghi, la presa d’atto di tempi di vita che si fanno ridotti, la perdita di affetti che si fa più fitta, la riduzione delle capacità fisiche e psichiche che si fanno notare.

Le risorse di carattere, strutturate negli anni, diventano più che mai importanti e necessarie  per mettere in atto un importante processo di adattamento.

Questo cambiamento ha comunque un cammino, comunque, di fatica distribuita in tempi di imprevedibile durata, gravata da sentimenti di paura per l’inadeguatezza, l’umiliazione da insuccesso.

La terapia nel passato….. e le nuove terapie

 Dietro alla fatica psichica e fisica, snodata nel tempo, in cui si annida il rischio di una evenienza depressiva, nel passato confusa come una sorta di stanchezza profonda, e di astenia, curata con lunghe vacanze o lunghe dormite.

La clinica ha smentito, in modo radicale, l’utilità di simili terapie, e con lettura di patologia richiedente un approccio tecnico altamente specifico.

L’alcol una medicina primordiale

A tale “stanchezza, malavoglia, disinteresse, malinconia” da millenni l’uomo ha cercato di affrancarsi con metodiche svariate. La Bibbia stessa racconta di uno spettacolo un po’ disdicevole del patriarca brillo, ma se ne trova traccia negli scritti è forse per sottolineare come l’ingegno dell’uomo avesse trovato un “medicinale” capace miracolosamente di slegarlo dalla triste sudditanza ad uno stato d’animo depressivamente oppressivo.

Da millenni l’alcool resta un lenimento al cupore dell’animo, un brioso attivatore di chiacchere, un solvente delle gabbie in cui l’introversione ci tiene.
Un intervento capace di modificare transitoriamente gli stati d’animo, non di curarli, però!

Finito l’effetto carezzevole, tutto ritorna come prima, con la frustrazione umiliante di ritrovarsi da dove si pensava di essere partiti.
Così la tentazione di ricercare una nuova carezza con determinazione e ansietà, sarà poi seguita da un nuovo risveglio frustrante. Purtroppo questo circolo vizioso in tempi brevi non riporterà più neppure allo stato di partenza.

Perché l’alcool è una sostanza non fisiologica e velenosa e la sua presenza, in tempi più o meno veloci, (dosi, genetica, età ecce cc) indurrà nel sistema nervoso e nel corpo che lo ospita una serie di ben note evenienze peggiorative.
Così l’automedicazione del cattivo carattere diventerà a sua volta paradossalmente peggiorativa di quell’umore e di quel carattere (e residue risorse fisiche).

Conclusioni: L’Alcol non è una terapia

Queste considerazioni devono aiutarci a non sottovalutare l’attitudine a guardare solo con fatalistica condiscendenza il nostro o l’altrui bere, soprattutto quando si fa rituale, rigido, solitario, impulviso.
Non è una colpa essere depressi, anzi.

Ma automedicare uno stato depressivo con una ingannevole “terapia” è allontanarsi dalla prospettiva di recuperare serenità, equilibrio e ottimizzazione delle risorse psicofisiche a disposizione.

Un tradimento, talvolta un autotradimento, insomma …….